venerdì, luglio 20, 2007

Autorevolezza

Parto, come spesso accade, da uno spunto colto in rete. Un post di Marco M. Lupoi, in cui, tra l’altro, si commentava il degrado in cui versa la nostra povera Bologna dall’avvento di Cofferati. Era un’osservazione forse un po’ tardiva, ma certamente non faziosa, di chi, pur essendo di sinistra, pur amando la propria città, non riesce più a riconoscerla. Che la colpa sia dell’attuale amministrazione è fuor di dubbio, lo riconoscono tutti, basterebbe venire qui e far due chiacchiere con chiunque. Eppure… eppure partono i commenti e, a parte il mio (!), gli altri sono sconcertanti: uno dice, simpaticamente, che Cofferati è stato rapito dagli alieni e sostituito con un trifido (?), anzi tutta la sinistra è stata sostituita… un altro che Cofferati è parte di un “riflusso culturale”... il terzo, anonimo, chiosa, incredibilmente, che non è colpa solo di Cofferati, ma soprattutto “di professionisti che pensano a fare quattrini e tortellino senza altro progetto culturale”. E’ questo il modo, incredibile, con cui si interpreta la realtà da parte di chi non si rassegna e non è in grado di dire onestamente che il progetto politico e sociale della sinistra è fallito. Basterebbe quest’ammissione, tra l’altro, assolutamente legittima e incolpevole, per permettere a tutti di abbandonare la rete in cui ci siamo impaniati e ripartire. Tra l’altro, chi è in grado di ammettere i propri errori e si impegna per rimediare al danno fatto, acquista quell’autorevolezza di cui, io credo, si senta tanto la mancanza. Ma è molto meglio lamentarsi, piuttosto che avere il coraggio di fare una scelta. Il politicamente corretto unito al relativismo non permettono di infastidire nessuno (esclusi gli odiati nemici, “presunti ricchi, padroni, sfruttatori ed evasori fiscali”, che, però, sono almeno la metà degli italiani), né di avere un’idea chiara su cosa sia giusto e cosa sbagliato. Ci si impegola in lunghe, inutili, discussioni di principio, mentre attorno si sbriciolano i resti della civiltà occidentale. Ci si giustifica: nessuno si assume mai una colpa. Non si perde occasione per consigliare (o imporre) l'autocritica agli avversari, ma si è incapaci di un qualsiasi senso di responsabilità. Quando, finalmente, si decide di agire, lo si fa con poco slancio, tirandosi spesso indietro a metà dell’opera, o giustificandosi con coloro che hanno subito qualche inevitabile penalizzazione. Si promette a tutti, ma tutti si scontenta. In compenso non si perde occasione per convincerci di aver ragione. Intere serate in TV passate a snocciolare dati incomprensibili, inaffidabili, non verificabili, che giustificherebbero l'incapacità di scegliere. E noi, lì a sbadigliare, abbiamo un sussulto quando finalmente qualcuno finge di stufarsi e minaccia di far cadere il governo, di dimettersi, di non farcela più. Ma è solo fumo. Spauracchi che non si concretizzano mai. Nel contempo nessuno ci stimola, tutti vogliono solo proteggerci, riempiendoci di attenzioni non richieste, che prosciugano le risorse finanziarie del paese. Non ci viene permesso di maturare autonomamente. Tutta la nostra vita viene insulsamente regolamentata e burocratizzata, quasi fossimo dei minus habens, incapaci di gestire le nostre esistenze. Ci proteggono dai “cattivi” che non pagano le tasse, siamo categorie a rischio, siamo usurati e dovremmo ringraziare se al mondo ci sono persone come loro che pensano a noi! Ma in questo modo ogni credibilità s'infrange. I nostri politici si comportano come i genitori non autorevoli descritti da Osvaldo Poli nel libro, che ha ispirato queste mie riflessioni. In attesa che qualcuno lo capisca, porgo l'orecchio all'unico Padre terreno, capace di esprimersi autorevolmente: Benedetto XVI.

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giovedì, luglio 12, 2007

Sul rito di S. Pio V

Si fa un gran parlare in questi giorni attorno al Motu proprio con cui il Santo Padre restituisce ai cattolici la possibilità di celebrare la S.Messa secondo il rito di S.Pio V, tra l'altro, mai ufficialmente soppresso. Per chiarire la mia posizione mi ha soccorso un brano, del libro che sto leggendo (e di cui intendo parlare anche in un prossimo post). Si descrive la sensazione provata da una giovane puritana inglese, in procinto di convertirsi al Cattolicesimo, mentre assiste per la prima volta al rito della Messa, celebrata in pericolosa clandestinità, da un prete reduce da atroci torture:

"L'attenzione di Isabel era così concentrata nell'ascoltare quel mormorio di parole latine e nell'osservare i movimenti del prete, che non aprì neppure il libro di preghiere imprestatole da Mrs. Margaret.
Sino allora il culto pubblico era stato per lei qualche cosa di affatto diverso, ed era consistito nell'ascoltare il predicatore dal pulpito, credendo che la sua parola dovesse avere un valore sacramentale sull'anima, o nel seguire le preghiere che egli recitava distintamente e con enfasi affinché l'intelletto dei suoi uditori vi assentisse con un sincero Amen.
Il ministro protestante era un ministro della parola di Dio all'uomo, era un interprete del Vangelo; qui invece il sacerdote si rivolgeva a Dio e non all'uomo, e per questa ragione parlava a bassa voce e in una lingua (il latino, nota mia) che come Campion aveva detto sul patibolo, "entrambi intendevano".
Inoltre, e qui stava la seconda fondamentale differenza, non era affatto necessario seguire parola per parola ciò che il prete diceva, poiché l'essenza di quel culto non consisteva nell'afferrare il significato delle parole, ma in un volontario e pieno assenso e partecipazione dei fedeli al supremo atto per il quale le parole erano sì necessarie, ma subordinate; era dunque l'atto che aveva valore presso Dio, e non già le parole.
E Isabel, nel pensare che per quei cattolici lì riuniti era di nuovo offerto a Dio il Sacrificio della Croce, si sentì, per quanto non intravedesse ancora che in modo confuso il sublime mistero, profondamente commossa.
Intanto Iddio, che dall'alto dei cieli aveva guardato con compiacenza fra le tenebre del Calvario allorquando vi si compiva l'atto supremo col quale il mondo veniva redento, guardava ora nell'oscura cappellina, dove si rinnovava il medesimo Sacrificio per opera di un uomo, il quale, in virtù della sua partecipazione al sacerdozio del Figlio di Dio, aveva il potere di pronunciare quelle impressionanti parole, per mezzo delle quali quel Corpo che era stato appeso in croce, e quel Sangue che da Esso era uscito, erano di nuovo esposti ai Suoi occhi sotto la specie del pane e del vino."

Sono rimasto colpito da queste profonde considerazioni, messe in bocca ad una neoconvertita da un autore, Robert Hugh Benson, figlio dell'Arcivescovo di Canterbury e anch'egli convertitosi al Cattolicesimo all'inizio del XX secolo. Solo un neofita, infatti, poteva descrivere con tanta sensibilità il fascino del mistero nascosto nella nostra religione, un mistero che si manifesta attraverso la liturgia.
Il libro di cui parlo (Con quale autorità?, 1997, Rizzoli, quinta edizione 2007 con introd. di Davide Rondoni) descrive cosa accadde in Inghilterra sul finire del XVI secolo, in quel tragico periodo, nel quale le guerre di religione portarono tanto dolore fuori e dentro all'Europa. In quel periodo, così triste, ma così denso di testimonianze, regnò anche San Pio V, il Papa che vinse a Lepanto.

PS: inoltrandomi nella lettura, scopro che la storia è a cavallo fra i regni di due grandi Papi, San Pio V, come detto, e Gregorio XIII, bolognese, di cui casualmente ho già parlato...

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martedì, luglio 03, 2007

Non autorevole!

Non voglio farmi due ghignate su Beppe Grillo, ciccione, natante in uno dei mari più chic d'Italia, mentre sale ansante su di un grosso motoscafo. Vederlo così, però, mi ha fatto riflettere. Soprattutto, dopo aver letto il suo commento al fatto:
«In realtà quella barca, un motoscafo di sei metri e mezzo che non ha un motore da 490 cavalli, non è mia ma di un amico che è anche il mio medico. Io mi trovavo in spiaggia, al Mortorio, e da lì l'ho raggiunto a nuoto per un saluto e due chiacchiere. E poi, scusi, cosa significa "ecofurbetto"? Non sono un'ecologista, non mi occupo di ecologia ma di sistemi e tecnologie. Mi piacciono le barche, e allora? Tra l'altro nemmeno ne posseggo una, l'ultima l'ho venduta qualche anno fa. Inoltre ho fatto ben di peggio che salire sul motoscafo. Per venire qui ho preso un traghetto che inquina tantissimo. E a casa mia c'è pure una piccola caldaia, anche quella inquina. Certo che dopo queste foto, non prenderò più in giro Giuliano Ferrara per le sue ampie rotondità»

Perché, mi sono chiesto, questa gente è così ridicola? E perché ciò che dice, pensa o fa può essere vanificato così in fretta? Io credo che dipenda dall'autorevolezza. Infatti, è l'autorevolezza che permette di giustificare in qualche modo le proprie debolezze (debolezze legittime, proprie della stessa natura umana), continuando a godere di qualche credito presso gli altri. Un tempo l'autorevolezza derivava da Dio, dalla propria cultura, dal proprio valore in battaglia, dal proprio rigore morale. Oggi, una cultura miope ha reso l'autorevolezza un superfluo residuo del passato, senza riuscire a sostituirla con nient'altro. Ha vagheggiato l'utopia meritocratica, senza, tuttavia, essere in grado di misurare il merito. Perché, si sa, non è possibile misurarlo in anticipo (con assurdi quiz e concorsi): il merito si conquista sul campo, con l'esperienza. E l'esperienza è legata all'età, e cosa c'è di peggio dell'età nella nostra era giovanilista? Perciò, se non da Dio, né dalla fama, né dall'integrità morale, né dalla cultura, né dall'esperienza, e nemmeno dal denaro (come ha ben dimostrato Berlusconi), da cosa può nascere l'autorevolezza? Per quale motivo dovrei ascoltare Soloni non autorevoli che criticano leggi create da persone non autorevoli? Oggi è rimasta solo la coerenza (che spesso è sinonimo di stupidità) a garantire un qualche tipo di autorevolezza. Perciò quando il potente di turno dimostra di essere un uomo, di avere delle debolezze, di vivere nel mondo e non in un eremo fra i monti, ecco che improvvisamente la coerenza svanisce. La paura di un inevitabile ridicolo avvinghia le membra e ci si arrabbatta in ancor più ridicole esercitazioni verbali.
E così torniamo alla risposta di Grillo: la risposta non autorevole, di un uomo non autorevole...
Ci sono tutti i sintomi: la giustificazione, la menzogna, la dissimulazione, l'ironia imbarazzata di chi si arrampica sugli specchi.
Non sarebbe stato meglio dire: "Sono un uomo libero. Faccio ciò che credo giusto. Non ho paura di sbagliare, ma non tollero di essere giudicato per le foto pubblicate da un giornaletto!"
Purtroppo solo un uomo autorevole avrebbe saputo (potuto) rispondere così. E forse allora sarei riuscito ad ascoltarlo.

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lunedì, gennaio 23, 2006

Il rispetto dei politici

Mi sono stufato di ascoltare chi piglia in giro i politici.
Chiunque può permettersi di sparlare o parodiare i nostri rappresentanti e di ottenere uno spazio in una trasmissione radiofonica o televisiva, su di un giornale, in teatro...
Non ne posso più: è come se stessero prendendo in giro me che li ho votati, o che li ho disapprovati non votandoli.

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